Vanishing#94_François Truffaut, ottant’anni dopo

Vanishing#94_François Truffaut, ottant’anni dopo
  • 08.03.2012
  • Posted by Enoch
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  • François Truffaut ,Georges Méliès ,Hugo Cabret ,Martin Scorsese
Occorreva Hugo Cabret per capire che Martin Scorsese è uno dei più geniali registi del secondo novecento? Certamente no. Avevamo però bisogno di Hugo Cabret per capire che quando il 3D viene usato con questa maestria, con questa potenzialità, noi amanti della sala ci dobbiamo consegnare senza se e senza ma e li esercitare le nostre ultime erezioni.

Raccontare l’origine del cinema usando l’avanguardia tecnologica ne fa una combinazione esplosiva e disarmante insieme. A proposito vi riporto il commento di James Cameron (Avatar): “Non ho mai visto neanche nei miei film la tecnica 3D usata meglio“. Anche perchè, qui il regista si avvale di una sceneggiatura più convincente ed impastata di una sana passionaccia per il cinema. Si parla delle avventure e tribolazioni del piccolo orfano Hugo, che dopo l’improvvisa morte del padre orologiaio ed inventore, vive fra gli ingranaggi dell’enorme orologio che sovrasta la stazione dei treni di Parigi, una specie di città dentro la città. Li, oltre ad occuparsi dell’orologio, indaga su di un segreto ereditato dal padre per far funzionare un automa. Fra gli altri, all’interno della stazione c’è un negozio di giocattoli gestito da un signore anziano e misterioso. Scopriremo nel proseguo della narrazione che questo signore è Georges Méliès, il grande illusionista e cineasta degli albori, fino a quel momento creduto morto nella Grande Guerra. Non ho lo spazio per sviscerare le molte sfaccettature e citazioni di questo indimenticabile spettacolo. Andate a vederlo e lasciatevi andare con i vostri occhialini, commuovetevi e se non siete più giovani ritroverete quel tempo in cui andavate al cinema e che non è propriamente lo stesso con cui andate oggi.

Il 6 febbraio 2012 sono pronto per la sala. Nessuna casualità, fa parte di un preciso cerimoniale da “Camera verde”; François Truffaut è nato il 6 febbraio 1932. Una volta che Scorsese, anche per l’insistenza della giovane figlia, ha deciso di girare questo film, inevitabilmente deve aver pensato a Truffaut. Sono non pochi gli aspetti che accomunano la vita di questi due registi. Il primo e forse più significativo , è che, ambedue giovanissimi abbiano trovato sollievo dalle disfatte famigliari infilandosi in anonimi cinema di quartiere. So bene, per esperienza personale, come vanno di solito le cose per i bambini segnati dal cinema, indipendentemente dal destino, per loro il giocattolo non si romperà mai. Hugo Cabret, ci parla del cinema, della storia del cinema, dei libri, della solidarietà infantile, dell’infanzia negata, di bambini orfani inseguiti da adulti incattiviti, meschini e disillusi. E tutto questo non è “la magnifica ossessione” che ha accompagnato la corta vita di Truffaut?

Il film è finito, la commozione è forte, la sala si svuota lentamente. Mi viene alla mente una preziosa osservazione di Mariarosa Mancuso: “Hugo Cabret funziona come un gioco per maniaci, gli altri rischiano lo sbadiglio“. Da dietro, inconfondibile mi giunge una soffiata al naso di Carmen Cano, di certo non si tratta di raffreddore. In strada, ripenso all’immagine di Ben Kingsley – Georges Méliès, mentre insegna ad Hugo i trucchi delle carte. Poi, Kingsley lentamente svanisce e lascia il posto a François Truffaut.

Così, forse, avrebbe voluto anche Martin Scorsese.

R.W.

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