t f l y v r
^

Forge

forge#29_art police

È ora di parlare un po’ di Biennale, e non posso non cominciare dal famigerato Padiglione Italiano.

Su questa sorta di quadreria è stato detto di tutto, ma com’è mia abitudine parlerò solo di un lavoro che mi ha particolarmente colpito. Non sono riuscita a capire chi ne è l’autore – d’altronde sfido chiunque ad abbinare autore e opera, tela al terzo piano e scatolone col nome a terra – ma al di là di questo piccolo inconveniente, trovo che il lavoro delle guardie armate sia in assoluto il migliore del Padiglione, e uno dei più riusciti dell’intera Biennale (La Biennale, questo centro sociale per ricchi, come la chiama il mio caro amico Marco, che, assieme a R.W., è uno dei tre-quattro fedeli spettatori della Biennale Musica).

Sia all’ingresso sia all’interno dell’esposizione si aggirano poliziotti con tanto di pistola alla cinta. Avevo già visto anni fa alla Biennale di Praga un’opera simile, ma in quel caso i poliziotti avevano un atteggiamento esageratamente teatrale, erano armati più vistosamente, giravano minacciosi tra la gente e le opere, ti accorgevi subito che era finzione. Il lavoro dell’artista (purtroppo a me ignoto, o ignota) invece è più sottile, più raffinato. Gli agenti hanno un atteggiamento professionale ma rassicurante, passeggiano parlando tra loro di turni e di ferie, danno informazioni sull’uscita o sui servizi. Insomma sembra una situazione del tutto normale, quotidiana, si insinua nella normalità e vi si mimetizza con discrezione. È un’opera che parla del bisogno (indotto?) di sicurezza della gente, delle nostre città che si stanno silenziosamente militarizzando, ma anche dello stereotipo, caro ai ministri e ai direttori dei TG, dei militari italiani dal volto umano. Insomma un’opera complessa e attuale.

La cosa che mi lascia più perplessa non è che la maggior parte dei visitatori non si accorga di una delle migliori opere della mostra, ma che non si stupisca minimamente che in un padiglione della Biennale ci debbano essere delle guardie armate.

Carmen Cano, Venezia 12.08.2011

forge#28_I responsabili.

 

L’Altare della Patria, “Biancone” per gli amici, è un monumento monumentale. Per me che sono catalana e, in second’ordine, spagnola, ha solo la valenza monumentale. Quella di “testimonianza concreta e durevole di esaltazione, ad onore e ricordo di persone o fatti”(Devoto- Oli docet) la lascio ai cittadini di questo affascinante paese. (continua…)

Forge#27_quelli che dovranno risolvere il problema

…Dopo il grande successo della mostra Deepwater Horizon alla Ludwig di Köln nel Maggio dello scorso anno, l’artista messicana Iratxe Felguerez affronta ancora una tematica di emergenza politico-ambientale… così inizia il comunicato stampa che leggo sul Süddeutschen Zeitung seduta in questo locale pieno di studenti in Turkenstrasse. È stata inaugurata ieri. Pago il mio bicchiere di Riesling e mi dirigo a piedi (da qui alla Barer Strasse sono pochi minuti di cammino) alla Pinakothek der Moderne.
La mostra inizia nell’atrio circolare al piano terra dove una ventina di foto a colori di grande formato  ci mostrano folle in varie situazioni, allo stadio, in manifestazioni, concerti eccetera. Il titolo della sala è “ i beneficiari, 983.539”. Ancora numeri misteriosi, come alla mostra alla Ludwig, penso. (continua…)

Forge#26_sono molto più curioso di voi

La mostra Ottima sulla carta di Roberta Iachini alla galleria Browning di Asolo è piena di suggestioni.
Il primo approccio è ambiguo, dalla vetrina sotto i portici lampeggia, dietro una tendina di paillettes, una luce al neon. La prima impressione è di essere all’ingresso di un locale da ballo un po’ anni settanta.
L’impressione svanisce appena si varca la soglia e ci si trova di fronte ad un video nel quale, accompagnata da una colonna sonora ricercatamente ansiogena, l’artista insistentemente interroga carte e tarocchi cercando risposte, o almeno qualche domanda, su un qualche possibile futuro.
Completa questo primo livello, che si chiama Carte false, un fulmine che lampeggia alle nostre spalle con indifferente regolarità (la luce al neon che ci aveva ingannati). (continua…)

forge#25_26.04.1986

Appena prima di varcare il cancello di palazzo Grimani, poco dopo la metà di Ramo Grimani, una porta anonima e un manifesto chiaramente fatto a mano con pastelli colorati, piuttosto bene in effetti. È la copia di quello della mostra di Hieronymus Bosch, allestita nel palazzo e che è la meta della mia odierna venuta a Venezia .
L’unica differenza, a parte il fatto di non essere una stampa, sta nel titolo del manifesto :  Bosch periodico
È una piccola mostra, in una stanza spoglia con un’illuminazione e un allestimento alla buona, fatta di ritagli di riviste, foto, chiaramente trovate in rete, piccoli video, perlopiù presi dai notiziari tv.
Non ci sono commenti ne’ didascalie. Sono tutte immagini di esseri deformi, cuccioli di animali soprattutto, e qualche bambino. Poi strani e abnormi ortaggi. Alcune sono veramente grottesche, al limite del ridicolo, la cosa mi incuriosisce e cerco di capire se le immagini sono ritoccate e da dove vengono.  Un video di un telegiornale in una lingua che mi sembra russo ha in sovraimpressione una data:  26.04.1986 ma non capisco una parola di quel che lo speaker dice.
Entrano improvvisamente delle persone che parlano concitatamente accompagnate da due carabinieri, riconosco il Soprintendente  Sgarbi, che sbraita. Un maresciallo mi chiede se sono io la responsabile di questa mostra. Gli rispondo in spagnolo, si scusa e mi lascia in pace. Mi par di capire dai discorsi che fanno, che è la seconda volta che qui organizzano una mostra alternativa a quella di palazzo Grimani: “ vada per le ragazze dell’agenzia di Lele Mora durante la Nuda di Giorgione, ma – tuona il Soprintendente – cosa c’entra Chernobyl adesso?”

Carmen Cano, Venezia, 18.03.2011

forge#24_Artista con le palle

Doveva essere una mostra dedicata ai confini, o così avevo capito dall’invito, e mi sembrava quasi naturale visto che il giovane artista libico Ali Omar Fakroun è arrivato in Italia su un barcone zeppo di migranti circa dodici anni fa. Lui di anni ne aveva dodici. Si è subito trasferito in Francia e in pochi anni si è fatto conoscere nel mondo dell’arte.
Qui  al MAMAC di Nizza (un’architettura ardita, quattro corpi di edificio collegati da passerelle, inaugurato nel 1990), era prevista una mostra sugli attraversamenti,  tema tipico del suo lavoro. Ma, visto il precipitare della situazione nel suo paese di origine, ha deciso di ripensare  la mostra.  Ci sono varie installazioni, ognuna riferita ad un paese europeo ed ai suoi rapporti con la Libia. Quella dedicata all’Italia è in una delle sale più grandi. Il pavimento è coperto di mani mozzate.  Attaccati, anzi, conficcati ai muri grandi coltelli, asce e mannaie con stampati i seguenti nomi:  Fiat, Juventus, Unicredit, Quinta Communications, Eni, Finmeccanica, Olcese, Retelit, Lafico, Impregilo,  Astaldi, Mediaset…
A dire il vero, almeno dal punto di vista formale, l’installazione è un po’ pesante, semanticamente parlando. Ma ho molto apprezzato il fatto che un artista giovane, che probabilmente da un anno lavora per preparare la sua prima mostra in un museo importante, decida di cambiare tutto, di rischiare di presentare lavori un po’ sommari (come effettivamente sono questi), e si prenda la responsabilità di accettare il guanto di sfida che la realtà gli getta in faccia. Oggi mi sembra una cosa rara, almeno tra i giovani artisti che normalmente frequento. Uno con le palle, direbbe Mario, il barista del Cafe’ Society, il mio bar preferito di Zelarino, dove a volte bevo un accettabile Americano (Martini Rosso, Bitter Martini, Soda Water, Scorza di limone, Mezza fetta di arancia) con il mio amico R.W.

Carmen Cano, Nizza, 23.02.11

Forge#23_quarantanove bicchieri

Sempre più spesso un’opera per poter essere letta ha bisogno di una specie di appendice di note e informazioni  senza le quali non è possibile che il senso emerga. Non so se sono d’accordo, ma è innegabile che sia così.
Mi ricordo la scorsa estate una serie di foto di bicchieri d’acqua, primo piano, fondo neutro, altissima definizione, stampa impeccabile.
Illuminazione (per chi, come me, ne sa qualcosa e riesce ad accorgersene) altamente professionale.
Il Centro de Las Artes de Sevilla non dà altre informazioni, non ci sono titoli, didascalie, foglietti esplicativi.
Il catalogo riproduce le immagini (quarantanove sono i bicchieri) e porta in copertina il nome dell’autore.
Si chiama Luis Rodriguez Caso (forse  è discendente del comandante d’artiglieria che nei primi del novecento ideò l’Esposizione Internazionale della capitale andalusa).
Il curatore della mostra Ruben Barroso, quello della rassegna Conteneros. Novena mostra international de arte de accion del 2009, si limita a scrivere un testo tecnico sulla correzione delle dominanti di colore nella ripresa fotografica.
Oggi al Bosc de les Fades a Barcelona ho conosciuto, amico di amici, Luis Rodriguez Caso. Quando ho realizzato che era l’autore delle foto dei bicchieri l’ho obbligato a raccontarmi di quel lavoro. Mi dice che è un progetto che  è costato moltissimo, ha impiegato anni a trovare i fondi. Le foto le ha realizzate nel deserto del nord del Niger, con una troupe di tecnici delle luci, fotografi con varie specializzazioni, chimici ed ecologisti. Ciascun bicchiere conteneva  acqua proveniente da uno dei  quarantotto paesi più ricchi d’acqua nel mondo (me ne ricordo alcuni:  Finlandia, Canada, Groenlandia, Norvegia, Guyana, Suriname, Austria, Irlanda, Svezia e Svizzera…) scattavano tre foto al giorno nel momento in cui la luce, a detta dei tecnici, era ideale. Il problema maggiore è stato conservare l’acqua a quelle temperature (è il posto più caldo della terra), quindi generatori e pannelli fotovoltaici per  frigoriferi e cose del genere. Non c’è stata nessuna postproduzione, le foto sono state riprese in pellicola e stampate così come sono venute. Tutto il lavoro è stato fatto in loco con teli e schermi per correggere le dominanti della luce del deserto.
Luis Rodriguez continua a parlare con convinzione e precisione.
Ora ho finalmente tutto il mio apparato di note e informazioni.
Non riesco onestamente a capire però cosa dovrei  poter  vedere in più in quei quarantanove bicchieri.

Carmen Cano, Barcelona, 12.02.11

Forge#22_Carmen Cano è tornata.

…l’indirizzo del luogo dell’inaugurazione è diverso da quello della sede espositiva. Salite le scale di questo palazzo in calle d’en Roig  si accede ad una terrazza ampia e accogliente. C’è già un sacco di gente. Cerco di capire il senso del fare l’inaugurazione in una terrazza, anche se bellissima (da qui Barcellona è splendida) ma che dista un paio di chilometri dal MACBA, dove dovrebbe esserci la mostra di Francisco Gonzalo Mastrofini, un artista argentino settantacinquenne. Di lui si dice abbia collaborato con la polizia durante la dittatura – ma lui ha sempre negato – e che denunciasse gli oppositori.
La sua è una pittura molto realistica e dettagliata, i lavori che ho visto nel sito del museo raffigurano strade piene di gente viste da un punto di vista piuttosto in alto, da una finestra al quinto piano, si direbbe. È una pittura molto attuale, nonostante l’età dell’artista, che dialoga molto con la fotografia. Un po’ troppo alla moda per i miei gusti, ma ha un suo fascino.
Il pubblico si accalca sul un lato della terrazza, mi avvicino e scopro che sono tutti intenti a guardare attraverso una serie di telescopi posti in fila lungo il bordo. Da qui si vede benissimo il museo, che mi dicono, resterà chiuso per tutto il periodo della mostra.

Carmen Cano, Barcelona, 10.02.2011

Forge#21

È chiaro che qui dentro la tecnologia è importante, sopratutto quella che non si vede. Sono all’inaugurazione della mostra Art/Tube, a Padova, Galleria Civica. È curata da Guido Bartorelli che ha invitato cinque artisti a produrre un’opera video pensata per vivere solo su YouTube, ha poi chiesto a cinque suoi allievi – Bartorelli insegna al DAMS – di creare ognuno un playlist con video trovati in rete. La mostra è formata da dieci proiezioni ed è interessante, mette in crisi le gerarchie, ti domandi in continuazione cosa distingua un video d’artista – un’opera – da uno qualsiasi messo in rete da un anonimo in qualche parte del mondo. C’è molta gente, sopratutto giovani, parecchi giovani, o aspiranti, artisti. Un video tra quelli delle playlist mi sembra diverso, anzi, mi accorgo che non è un video, ma una registrazione in diretta, proprio da qui. Nella confusione dell’inaugurazione nessuno sembra notarlo. Cerco di individuare, dalle inquadrature, da dove vengono le riprese, che sono in movimento, fatte da qualcuno che si muove per la galleria. Sono fortunata e lo individuo quasi subito. E’ un noto gallerista padovano. Non capisco però dove abbia la telecamera, ma sono certa che le riprese vengano proprio da lui. Lo seguo e mi convinco che sia totalmente inconsapevole di avere una telecamera addosso, o è un bravissimo attore o non lo sa. Il mio amico R.W. dice che un bravo gallerista non deve essere troppo intelligente, ma se si è prestato ad un operazione simile, o se l’ha addirittura ideata è geniale. Cerco di nuovo le immagini in diretta. Si vedono gli sguardi rispettosi e pieni di attesa dei giovani artisti (deve avere la telecamera nel taschino della giacca, chissà come hanno fatto a piazzarla lì senza che lui se ne accorga..), sguardi imploranti o furbetti, tattici o diplomatici. Osservo di nuovo il gallerista che passeggia tra opere artisti e visitatori con aria disinvolta e molto indaffarata, saluta frettolosamente e con un certo distacco. Vero professionista. Mi viene da pensare che la mostra confonde sì i confini, mischia le carte, ma che i giovani artisti sanno bene che i confini ci sono, e per quali porte devono valicarli.

Carmen Cano, Padova, 24 settembre 2010

Forge#20_Sempre dalla biennale

un altro post di Carmen dalla Biennale.

Nel padiglione Italia, che si chiama AILATI ed è un (inconsapevole?) omaggio all’Italia rovesciata di Luciano Fabro degli anni settanta, mezza mostra parte da un’opera giovanile dell’allora sconosciuta Jenny Holzer, realizzata durante un soggiorno-studio a Torino. Non aveva ancora la possibilità di avere la tecnologia che oggi può permettersi, e così le sue famose domande le scriveva con i trasferelli su delle scatole luminose…
Le domande sono più o meno quelle di sempre: “come costruire rispettando il territorio?”, “cosa fare dei beni sequestrati alle mafie?” ecc…
Sotto ad ogni domanda ci sono dei progetti  che rispondono in qualche modo al problema posto (anche qui l’allestimento è un chiaro omaggio alle biennali di Architettura di una quindicina di anni fa).
Questo mettere in relazione citazioni di opere passate e soluzioni contemporanee, è interessante.
Un progetto in particolare, di uno studio di architettura associato di Mazara del Vallo, risponde ad una domanda sulla giustizia sociale con la proposta del reddito di isolato. Si tratta di creare degli isolati che, in media, abbiano tutti lo stesso reddito. Si eviterebbero così, secondo la loro proposta, quartieri ghetto e zone di super lusso. In pratica se in un isolato abitano cinque famiglie con reddito cento devono abitare anche dieci famiglie con reddito cinquanta, e così via.
Passeggiando per l’attiguo giardino delle Vergini mi chiedo quanti nullatenenti dovranno abitare nell’isolato di Marchionne

Carmen Cano, Biennale di Venezia, 23 Settembre 2010