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Vanishing#81_Suicidi a sinistra

Lucio Magri ci lascia, dopo una vita consegnata alla politica. Da giovanissimo con la Democrazia Cristiana e più tardi con la sinistra storica e non. Cacciato dal Partito Comunista Italiano all’inizio del 1970, fonda con Pintor, Rossanda, Natoli, Castellina e Parlato, il quotidiano Il Manifesto, a tutt’oggi in edicola. Va a morire in Svizzera, dove il cosidetto suicidio assistito è permesso.
Ora, siamo alle solite stucchevoli polemiche dei pro e dei contro, tutti paralizzati tra convinzioni e convenzioni. Un punto di incontro nel cattolico paese non si troverà mai. Monsignor Sgreccia, voce della Chiesa, rammenta: “Non siamo padroni della nostra vita”. Si che lo siamo e anche della nostra fine, dicono gli altri. Pare che magri fosse preda di una forte depressione, causata dalla morte della moglie. Oltre a questo aspetto, non escluderei anche il rammarico di aver visto svanire, non solo in Italia, un modello di sinistra ben lontano dalle sue aspettative. A volte, i fallimenti della storia possono pesare nelle persone che ci hanno fortemente creduto. Quando qualcuno si toglie la vita, si prova a cercare le cause; a me sembra una idiozia. Le motivazioni più profonde le conosce solo il suicida, e a volte neanche lui. Ma per alleggerire, diciamo così, la questione, prendiamo spunto da una intervista a Valentino Parlato, subito dopo la morte dell’amico.

“Ci capitava di giocare a scopone. Se non vinceva si seccava.”
Manie di protagonismo? Incalza l’intervistatrice.
“Era un egocentrico, narciso si, d’una vanità singolare. Era convinto di essere bello.”
Lo era?
“Si, ma anche di essere agile. Quando salivamo le scale, faceva quattro scalini alla volta. Anche negli ultimi tempi.”
E i suoi amori un po’ spettacolari, il legame con Marta Marzotto?
“Cazzate di Lucio.”

Mi vengono alla mente i primi anni ’70, quando in disaccordo con Pintor e Rossanda, annunciava di voler fare del Manifesto un organo di partito, il PDUP. A lungo sono stato un sostenitore del quotidiano che all’epoca portava una ventata di aria fresca in una sinistra inamidata e brezneviana. Personalmente, vedevo con orrore la trasformazione di un così bel giornale in organo politico. L’estate era appena iniziata. In piazza delle erbe, nel tardo pomeriggio, lo si aspettava per un comizio. Arriva a passo indeciso, indossa un fresco-lana grigio di ottimo taglio, cravatta blu e camicia bianca di lino. Una eleganza inconsueta in un uomo politico italiano. Parafrasando Arbasino, quando definì Bassani, “il primo cappotto di cammello della letteratura italiana”, si poteva dire che Magri era il primo fresco-lana della politica italiana. Sta di fatto che io, in seguito, per molto tempo, ho adoperato quasi esclusivamente costosi pantaloni grigi in fresco-lana.
Una ultima annotazione. La località Pfaffikon, dove si trova la cosidetta casa blu di Bazzloostrasse, è a circa venti chilometri da Zurigo. E’ sede della Dignitas, prestigiosa associazione che vuole la morte abbia la stessa dignità della vita. E il luogo dove Magri è andato a morire. Lo conosco, non per esserci stato, ma per aver chiesto informazioni sulle prassi. Non mi gira per la testa nessuna idea di suicidio. D’altronde, come potrei se nella vita, per lo più, mi occupo della bellezza nelle sue variegate forme. Temo, come tutti credo, la malattia e pertanto mi vado organizzando ad evitare, se e quando sarà il caso, che il cattolico benpensante si accanisca ad oltranza sul mio povero corpo malato.
Quando si diventa vecchi e si ha avuto la fortuna di una buona vita, trovo ingeneroso vedere la morte con angoscia. In fondo, è solo uno dei tanti svanimenti.

R.W.

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